Scuola, fabbrica, quartiere

“…Solo ventisei anni fa, un gregge di pecore pascolava beato all’ombra di un casermone della periferia di Milano, fra gli sterpi e le tazze da cesso abbandonate. Potrà mai un libro di storia assalirci come quella foto, colpire così a tradimento la nostra memoria, raccontarci con lo stesso sussulto da dove veniamo e quanto siamo cambiati? Le città crescevano, le gru e i palazzi inghiottivano campi di pozzanghere e di rifiuti, spostandoli appena più in là. Dal Sud, c’era ancora chi arrivava al Nord con la valigia e il pacco di cartone legato con lo spago, e camminava sulle rotaie del tram davanti al Pirellone traballando sotto l’intrico dei fili. Dovunque si fosse nati, chiunque si fosse stati, bisognava essere ciechi per non vedere lo strazio racchiuso dentro ai manicomi, quelle donne del Cilento che raccoglievano i pomodori sotto il sole con a fianco un bambino gettato in una cesta tra i filari. E bisognava vivere socchiudendo la porta al mondo per evitare la ferita dello sguardo di quell’operaio dal volto intenso e grinzoso di rughe che usciva dalla Sit Siemens con le mani nelle tasche della tuta e il collo avvitato in una sciarpaccia. Per questo molti si ribellarono. E fu una rivolta innanzitutto etica…”

Bruno Arpaia (Scuola, fabbrica, quartiere. Come eravamo. Fotografie 1968-1975, Barbieri, Manduria, 1998)