In Jugoslavia

Fra il 1992 e il 1993 Lucas viaggia più volte nella Jugoslavia dilaniata dal conflitto etnico, insieme allo scrittore Piero Del Giudice. È a Mostar, Stolac, Kiseljak e vive un mese e mezzo a Sarajevo durante l’assedio, ospite del giornalista Zlatko Dizdareviç. È consapevole che in questa guerra giungono al culmine tutte le contraddizioni del sistema dell’informazione degli ultimi due decenni, l’ambiguità di una “società delle immagini” che porta nelle case, da tutto il mondo, il “dolore degli altri” in un flusso di notizie che si succedono in tempo reale senza mai offrire spazio per la riflessione e l’analisi. E sa quanto i mezzi di comunicazione siano ormai anche parte in gioco nello scontro militare, usati quasi come un’arma dai belligeranti per intimidire, depistare, consolidare il consenso. Cerca allora di proporre un’altra rappresentazione e racconta la quotidianità della popolazione: le donne che, a Sarajevo, non rinunciano a truccarsi prima di uscire per andare al lavoro, sotto il tiro dei cecchini, il gioco dei bambini, la socialità usata come antidoto alla paura e alla violenza. Realizza così un racconto che stenta all’epoca ad essere pubblicato, ma che si offre a distanza di anni come una delle testimonianze più vere delle realtà di vita di un paese in guerra.

“Si è consumata a Sarajevo e nella Bosnia non una guerra, ma un genocidio, un massacro da fino all’ultimo respiro. Perché è la domanda? Cosa è successo? E fino a che punto si può assistere come spettatori a questa carneficina senza fine? Ho vissuto e visto come fotoreporter un’esplosione di follia collettiva, sapientemente alimentata, anche attraverso i mezzi di comunicazione, dalla vecchia burocrazia al potere per i suoi interessi economici, il suo desiderio di sopravvivenza; un grande dramma, a Sarajevo, a Mostar, a Belgrado, con le sue vittime e i suoi carnefici. Ho visto l’inefficienza dell’Onu e di altri organismi umanitari, la superficialità e la voglia di protagonismo di tanti politici e intellettuali europei. Che fare per la Bosnia? Raccontare, spiegare, informare nel modo più corretto possibile, senza autocensure né paure. Con consapevolezza. Raccontare la complessità della sopravvivenza, la tragedia della quotidianità. Raccontare Sarajevo, città amata dai poeti, luogo di incontro per secoli di varie nazionalità, città laica e tollerante, oggi ferita e martoriata, umiliata e abbandonata.” (Uliano Lucas, 1994)